Passivi - Aggressivi
Quando le bombe colpiscono "perché gli va!": la strana epidemia del verbo al passivo nei media occidentali
C’è qualcosa di curioso – quasi divertente, se non fosse tragico – nel modo in cui le bombe sembrano acquisire una vita propria quando entrano nei titoli dei media occidentali. Non vengono sganciate da nessuno: semplicemente “colpiscono”. Gli edifici “vengono distrutti” e i civili “muoiono” come per una sorta di misteriosa combustione spontanea.
A volte viene in mente il famoso intervento di Giorgia Meloni nel 2018 contro il Global Compact sulle migrazioni delle Nazioni Unite, quando riduceva le cause dei movimenti migratori a un refrain diventato virale: “Perché gli va!”. Ecco: a leggere certi titoli dei nostri giornaloni sembra che bombe, proiettili e ruspe facciano esattamente lo stesso. Non agiscono per mano di qualcuno. Non vengono impiegati da eserciti o governi. Colpiscono case, scuole e ospedali perché gli va!
Un fenomeno che ha toccato livelli incredibili con l’assalto a Gaza. In questi anni di genocidio giornalisti, ricercatori, osservatori e semplici lettori hanno fatto un lavoro enorme per documentare questo fenomeno che riguarda articoli e titoli di molti giornali in tutto il mondo. Non si tratta di una svista occasionale, ma di una vera e propria abitudine linguistica: una grammatica della guerra in cui l’azione resta, ma il responsabile scompare.
Il caso recente del The Daily Telegraph è un esempio quasi da manuale di questa tendenza ormai allargata anche alla ‘nuova’ guerra USA-Israeliana contro l’Iran.
Nella versione originale dell’articolo si leggeva:
“American and Israeli aircraft bombed hospitals, residential buildings and schools across Tehran…”
Una frase diretta, inequivocabile: soggetto, verbo, responsabilità.
Dopo che il passaggio è diventato virale su X grazie al giornalista Owen Jones meravigliato dal fatto che finalmente avessero scritto un titolo così diretto, il testo è stato modificato. L’incipit è diventato:
“Bombs have struck hospitals, schools and residential buildings…”
Ecco il miracolo linguistico: le bombe non sono più sganciate da qualcuno. Semplicemente cadono dal cielo, out of the blue ...perché gli va!
Una trasformazione grammaticale che elimina il responsabile. Non è un incidente isolato. È una tecnica retorica ormai riconoscibile: la passivizzazione selettiva della violenza. Selettiva perché come vedremo dipende dal conflitto di cui si parla.
La grammatica dell’irresponsabilità
Il verbo passivo ha una funzione precisa: permette di raccontare un evento senza nominare l’agente dell’azione. In grammatica è una costruzione neutra. In geopolitica può diventare una strategia.
Come osserva un’analisi pubblicata da Journalism and Media* sulla copertura della guerra di Gaza che confronta l’approccio di Al Jazeera e della BBC, di Kareem El Damanhoury, Faisal Salah e Madeleine Lebovic, testate internazionali tendono a evitare la forma attiva quando si tratta di descrivere la morte di palestinesi, ricorrendo invece a formulazioni vaghe o passive nei titoli.
Per capire meglio questo meccanismo linguistico, gli autori richiamano il lavoro del linguista Norman Fairclough, uno dei principali teorici dell’analisi critica del discorso.
Secondo questo approccio, il linguaggio pubblico non è mai neutrale: le scelte grammaticali, il lessico e persino la struttura delle frasi riflettono rapporti di potere e influenzano il modo in cui interpretiamo gli eventi.
Anche dettagli apparentemente minimi — come l’uso della forma passiva o l’assenza di un soggetto — possono cambiare radicalmente la percezione di chi agisce e di chi subisce la violenza.
Il risultato è una narrazione dove la violenza accade, ma raramente qualcuno la compie.
Gli esempi sono innumerevoli
Prendiamo alcune formule diventate quasi un cliché nel giornalismo internazionale.
“Blast kills hundreds at Gaza hospital”
Durante l’esplosione dell’ospedale Al-Ahli nel 2023, molti titoli adottarono formulazioni come:
“Blast kills hundreds at Gaza hospital”
Non “Israeli strike”, nemmeno “missile” o “rocket”: “blast”, esplosione.
Un sostantivo impersonale che trasforma l’evento in fenomeno quasi meteorologico.
“Gaza’s hospitals bear the brunt as battles rage”
Un altro esempio citato spesso:
“Gaza’s Hospitals Bear the Brunt as Battles Rage”
Chi bombarda gli ospedali? Non è dato sapere: le “battaglie infuriano ...perché gli va”!
“Children were killed in Gaza”
“Nine children killed in Gaza”
Riscritta in forma attiva diventerebbe:
“Israeli airstrikes kill nine children in Gaza Strip.”
Chi uccide i bambini? Un ciclone, un terremoto, il lupo cattivo?!
Anche in Italia le bombe hanno vita propria
Chi pensa che questo sia un fenomeno esclusivamente anglosassone non ha mai sfogliato i titoli dei principali giornali italiani.
La stampa italiana ha sviluppato una straordinaria capacità di raccontare la guerra senza soggetti. Noi con le forme passive siamo proprio bravi!
Alcuni esempi.
“Ospedale colpito a Gaza, centinaia di morti”
Titolo pubblicato da ANSA nelle prime ore dopo l’esplosione dell’ospedale Al-Ahli.
L’ospedale viene colpito.
Da chi? Il titolo non lo dice.
“Missili su Beirut, crolla un palazzo: 12 morti”
Missili come grandine, piovono sulla città in tutta autonomia!
Il soggetto appare e scompare
La cosa interessante è che questa cautela grammaticale non è affatto universale. Quando l’aggressore è politicamente “accettabile” da nominare, la forma attiva ritorna improvvisamente in perfetta salute. I titoli diventano immediatamente chiari, diretti, grammaticalmente coraggiosi:
“Russia bombed…”
“Hamas militants killed…”
“Iran attacked…”
In questi casi non c’è alcuna esitazione nel nominare chi agisce. Il soggetto appare, il verbo è attivo, la responsabilità è esplicita.
Ma quando l’azione riguarda governi alleati o partner strategici dell’Occidente, il linguaggio cambia registro. Non si tratta più di una guerra combattuta da attori riconoscibili. È come se la violenza entrasse improvvisamente in una zona grammaticale grigia.
Le vittime “muoiono”.
Gli edifici “crollano”.
Gli ospedali “si incendiano”.
Chi attacca davvero? Nei titoli spesso non lo sappiamo. Sono domande che il lettore, a giudicare dai titoli, non sembra avere bisogno di porsi. Almeno non nella parte del giornale che più persone in assoluto leggono: il titolo. Questa asimmetria linguistica non è un dettaglio stilistico. È una forma di selezione politica della responsabilità.
Alcuni attori possono essere nominati. Altri diventano improvvisamente invisibili.
Il lessico della guerra pulita
Il passivo, però, è solo una parte del problema.
Il linguaggio smette di descrivere la violenza e comincia a gestirla: la attenua, la neutralizza, la sposta su un piano tecnico.
L’atto umano scompare.
La guerra non appare più come una sequenza di decisioni politiche prese da governi e apparati militari, ma come una serie di eventi che sembrano accadere da soli — quasi come un terremoto o un’alluvione. I fatti restano gli stessi. Ma la loro interpretazione morale cambia radicalmente. La violenza smette di apparire come un’azione deliberata e diventa una condizione ambientale.
Perché succede?
Ci sono pressioni politiche e diplomatiche, soprattutto quando i protagonisti del conflitto sono governi con cui l’Occidente mantiene relazioni strategiche.
Ci sono timori legali ed editoriali, perché attribuire direttamente una responsabilità implica poterla dimostrare con precisione.
C’è il problema dell’accesso alle fonti, spesso controllato dalle stesse autorità militari che conducono le operazioni.
Poi esiste una posizione professionale diffusa e mitizzata nel giornalismo contemporaneo: l’equidistanza. L’idea è che il giornalista eviti formulazioni che possano sembrare un’accusa diretta, spacciando comportamenti ambigui, o persino di pura propaganda, come neutralità e obiettività.
Ma questa “neutralità” non nasce isolata: molti dei termini usati non sono nemmeno invenzioni giornalistiche, ma definizioni imposte dalla politica. Negli ultimi decenni, guerre e interventi militari sono stati presentati come “operazioni di peace-keeping”, “azioni mirate” o “lotta al terrorismo”. Parole che trasformano scelte politiche e atti militari deliberati in gesti tecnici, inevitabili, quasi naturali. Il giornalismo ha spesso adottato questi eufemismi, legittimandoli e diffondendoli nello spazio pubblico.
Di recente, questa prudenza ha assunto forme sempre più simili a distorsione narrativa. L’equidistanza si è fatta scusa retorica, e la propaganda ha preso posto nei titoli.
Il meccanismo è semplice: dire “X ha bombardato Y” significa indicare chi agisce e chi subisce, attribuire un atto e una responsabilità. Dire invece “Y è stato colpito” significa limitarsi a registrare una tragedia — depoliticizzata, anonimizzata e apparentemente inevitabile.
La prima frase racconta un fatto politico. La seconda descrive un evento ‘sfortunato’.
Tra le due, per molte redazioni, la seconda è semplicemente più gestibile. Evita conflitti diplomatici, riduce il rischio di contestazioni, mantiene una patina di quella famosa ricercata neutralità, o semplicemente spinge una certa agenda politica.
Perché quando il linguaggio rimuove sistematicamente l’autore della violenza, non sta più soltanto raccontando i fatti. Sta contribuendo a ridefinire il campo delle responsabilità.
Passività attiva
La grammatica passiva dei titoli riflette perfettamente la nostra passività di spettatori: le persone “restano uccise”, le città “vengono distrutte”, il diritto internazionale “si sgretola”. E noi scorriamo le notizie sul telefono, riducendo tutto a un like o a un commento di sdegno.
È una simmetria quasi perfetta: le bombe non hanno soggetto. E neppure noi.
Eppure la violenza non cade dal cielo, out of the blue! Qualcuno la decide e qualcuno la esegue. Chiamare le cose con il loro nome non è un esercizio accademico: è il primo passo per restituire responsabilità alla guerra.
Nei titoli dei giornali gli edifici crollano e i civili muoiono senza che nessuno li abbia distrutti o uccisi? Perché gli va?
Allora noi possiamo anche scegliere di non accettare questa grammatica dell’irresponsabilità: smettere di prendere per neutrale un linguaggio che cancella i responsabili, e di legittimare chi racconta la guerra come se fosse un fenomeno naturale.
Possiamo farlo. Perché è giusto. Perché ci va.


